Roberto Roversi (English)
Roberto Roversi (1923–2012) was an Italian poet, publisher and cultural figure.
Founder of the historic Libreria Palmaverde in Bologna, he was also known for his collaboration
with songwriter Lucio Dalla. The following text was written in 1998 on the occasion of the publication
of Antropoeccentrico.
In this dark, philosophical novel, the entire narrative fabric seems, in my view, to strain, fray and dissolve; and yet the reflective substance beneath unfolds into a finely articulated, filament-like support that allows movement but never permits — never admits — an internal, definitive rupture.
This undulating motion, like that of a ship ensnared in a storm-tossed sea, may initially produce a sense of disorientation, as one feels immersed in tensions so starkly opposed. Yet as the reading proceeds, the increasingly compact structure — and the reader’s gradual adaptation to this only apparent disorientation — allow us to locate ourselves along a precise line of understanding, even of fulfilment.
For it is certain that the text does not disappoint; it does not disarm us.
But how are these two apparently divergent narrative planes articulated? I can answer only for myself: through a fiercely reflective enunciation, deeply embedded in the fundamental problems of our time; and through a fully-fledged narrative — a seemingly old-fashioned detective story — illustrated, accompanied and ultimately resolved through a cunningly sustained irony.
On the one hand, the proclamations of the “Red Pontiff of Climax” to the Nation — inserted abruptly, even forcefully, into the texture of the mystery plot; on the other, the characters of this story, steeped in a hallucinatory darkness and punctuated by episodes both major and marginal.
All of this unfolds within a strict unity of time and action: a train in motion — halted, then set in motion again — over three or four days of an unspecified season, windless and without snow.
There is nothing coarse or excessive in these pages; rather, a useful austerity that nonetheless allows itself precise descriptive clarifications.
“The (train) corridor was dark. Darker than when she had entered. A diluted darkness, tending toward pallor. Yet gloomy. And cold, despite the already spring-like air of the morning. A darkness full of resources. Still laden with the remnants of the night.” (p. 32)
As for the flesh-and-blood figures inhabiting the narrative, each seems fixed like a butterfly pinned beneath glass.
This is not an easy work; nor does it tolerate a merely pleasant — however sharp — reading. It demands sustained concentration. Each sentence of the proclamations of the “Red Pontiff” requires pause and emphasis; a moment of suspension in which ideas must be recalled and tested.
For example: “The soul is in the senses” — not as a rigid maxim, but as a decisive opening within a complex meditation in progress.
And again: “The problem of youth, of labour, of overpopulation, is resolved not through birth control but through the acceleration of death.”
Or: “The only explanation is that Christ was a man of the future. A traveller in time.”
Such passages could multiply.
Blood flows abundantly in these pages, yet it seems to dry quickly, to vanish almost without trace. What remains are the minimal visual gestures of the characters; their sombre pursuit of death; the violence of death that presides over life.
Toward the conclusion, the narrative — or rather the “account” — of this frenzied carnage dissolves into a lucid ambiguity, like a transparent fog. Faces, hands, intentions begin to withdraw from the centre.
And the ending of the book might — perhaps — reconnect with its beginning, opening the way to another story altogether, within a landscape that appears prolonged in time — more Third Millennium than Second — looming as an already internalised cultural totality.
A pale, grey-white atmosphere, almost without colour, that brings the active day closer to normalised hallucination than to unresolved conflict.
The strength of this work lies also in calling us back to these urgent examinations of reason.
Roberto Roversi
Bologna, 1998
Roberto Roversi (Italian)
In questo romanzo/racconto nero/filosofico, tutto il tessuto narrativo tende, a mio parere, a lacerarsi, sciogliersi, sgommarsi e tuttavia la sostanza riflessiva distende al fondo un supporto filamentoso bene articolato che consente il moto ma non concede, non ammette l’interna, definitiva lacerazione. Questo movimento ondivago, da nave irretita in un mare in tempesta, può capitare che produca all’inizio un sentimento di spaesamento, immersi come si è - come ci si sente - fra tensioni così contrapposte. Ma procedendo, l’articolazione sempre più compatta - ripeto - e anche l’adattamento del lettore a questo, solo apparente, spaesamento, consentono di collocarci nella giusta linea di intendimento e di appagamento, anche.
Perché è certo che il testo non delude; non ci disarma affatto.
Ma come si articolano i due piani narrativi in apparenza divergenti, contrapposti? Posso rispondere per me: su un enunciato riflessivo fortemente aggressivo e ben collocato dentro le problematiche di fondo del nostro tempo; e su un racconto vero e proprio, un poliziesco apparentemente di vecchia scuola ma illustrato accompagnato e infine risolto con l’abbrivio di una ironia scaltramente perseguita e alimentata. Insomma, da una parte i proclami del Pontefice Rosso di Climax alla Nazione - che sopravvengono a inserirsi senza cautela, anzi con prepotenza, nella trama del “giallo” e dall’altra, i personaggi di questa vicenda precipitevolmente condita di un “nero” allucinante e costellata di episodi anche minimi, marginali. E, il tutto, dentro a una unità di tempo e d’azione: un treno in movimento - e poi fermato e poi di nuovo avviato - e tre quattro giornate di una stagione qualsiasi, ma non ventosa e senza neve. Non c’è nulla di burbero né di eccedente dentro a queste pagine; ma una secchezza utilissima che non si sottrae, comunque, a concedersi precise delucidazioni di scrittura. “Il corridoio (del treno) era buio. Più scuro di quando era entrata. Un buio annacquato, tendente al pallido. Ma tetro. E freddo, nonostante l’aria già primaverile del mattino. Un buio pieno di risorse. Carico, ancora, dei residui della notte” (pag. 32). Questo, come esemplificazione descrittiva di un interno.
Ne dispongo un secondo, per un esterno (a pag. 34 ): “Relèna sguardò volutamente fuori. La valle, verde e coltivata, sementata, e, a tratti, arboriforme, si estendeva per decine di chilometri senza l’impiccio di un colle o di una montagna ruvida e sassosa. Nuvole dense di nero industriale (bellissime) comparivano all’improvviso precipitando come aquile sull’acqua pigra dei riflussi...”. E anche per le figure in carne e ossa, per i personaggi, dentro la trama narrativa, si può ben dire che ognuno è lì fissato come una farfalla spillata sotto il vetro. Dunque non è un’opera facile, questa che abbiamo sotto gli occhi; né è un’opera che conceda o sopporti solo una gradevolezza (sia pure aspra) di lettura; perché sempre richiama a una concentrazione senza divagazioni. Per esempio, ogni frase, dei quattro cinque o sei proclami del “Pontefice Rosso”, necessita di un indugio, di una sottolineatura; una fermata per confrontarsi, per richiamare le idee, per verificarle. Tolgo una esemplificazione all’interno di un giro molto denso di scrittura: “l’anima è nei sensi”, dato non come un lemma rigoroso ma come un’apertura determinante, da complicata riflessione generale in atto.
A pagina 63: ”Il problema dei giovani, del lavoro, della sovrappopolazione, si risolve non con il controllo delle nascite ma con l’accelerazione della morte”. E a pagina 68: “La sola spiegazione è che Cristo fosse un uomo del futuro. Un viaggiatore del tempo”. Le sottolineature potrebbero accumularsi, ma credo di avere indicato, dal mio punto di vista, un percorso per camminare nelle pagine. Tanto più che, poi, non si può non completare questa mappa, senza almeno la presentazione dei vari personaggi impegnati in diretta; che a me sembrano, con qualche fascino letterario, piuttosto ombre corpose - e talvolta paurose - che individui o donne reali; più da vedere che da toccare. Di sangue, per diretta violenza, ne scorre a fiotti qua dentro, ma sembra, nonostante tutto, che si asciughi in fretta; che tenda a scomparire con poca traccia; mentre restano in evidenza le minime azioni visive dei personaggi; il loro cupo rincorrere la morte; o la violenza della morte, che sovraintende alla vita. Verso la conclusione, il racconto o il “resoconto” di questa forsennata carneficina tende a frantumarsi in una ambiguità simile a lucida nebbia. La finalità delle azioni, i volti, le mani delle persone tendono a dileguarsi, a defilarsi; a non più collocarsi al centro.
E la fine del libro potrebbe - forse potrebbe, dico - ricollegarsi al principio per avviare un’altra storia ancora. Dentro a un paesaggio che sembra prolungato nel tempo; più da Tremila che da Duemila vicino; perciò incombe come una totalità già culturalmente introiettata e accettata. Quel grigio bianco, senza quasi colori, che avvicina la giornata attiva più all’allucinazione normalizzata che all’esasperazione ancora conflittuale e non ancora rassegnata. Il racconto ha la sua efficacia anche nel richiamarci a queste urgenti verifiche della ragione.
Roberto Roversi
Bologna 1998
Tommaso Ottonieri (Italian)
Tommaso Ottonieri is an Italian poet and literary critic. The following text was presented in 1998
on the publication of Antropoeccentrico. It is reproduced here in its original Italian version.
Tommaso OTTONIERI
Presentazione di Antropoeccentrico
Eccentrica è la qualità di un moto che si ponga fuori del suo centro, fuori-centro, anzi che sia privo dello stesso centro ‹ o che si finga questa assenza. Eccentriche sono le figure somiglianti che si contengano l'una dentro l'altra pluricentriche o prive di un comune centro. Il geocentrismo stesso tolemaico conosceva l'eccentrico roteare dei pianeti su epicicli sfalsati, disposti su una circonferenza il cui centro fisso se ne stesse dislocato rispetto a quel centrico dispotico posto dove ha sede l'idea immota della Terra. Eccentrica ancora l'ellisse la cui curva si allunghi secondo l'andamento del suo asse maggiore, eccentrico il rapporto fra la distanza di un fuoco dal centro del sistema ed il più ampio semiasse della sua ellissi orbitale. Eccentrico ugualmente è detto di quell'elemento che animato da moto rotativo trasmette a un elemento ulteriore e centrato il proprio moto.
Così il Tasso del Cataneo denunciava quella falla aperta nel medesimo, fisso geocentrismo tolemaico, tratto nel binario suo pensiero orbitale ‹ Tasso il suo integralismo lacerante, lacerato di fondanti double binds, di quell' "ordine maraviglioso dell'universo" che (quasi una vertigine di mise en abîme iperurania del proprio rovello psico-esperienziale assolutamente manierista) la compresenza dell'eccentrico con l'epiciclo porterebbe a guastamento infatti. ‹"Se ciascuno pianeta, come dicono, avesse il suo eccentrico e l'epiciclo, ne seguirebbe necessariamente ch'egli non si movesse intorno al centro del mondo, e, non movendosi intorno al centro, il moto de' pianeti non sarebbe perfettamente circolare".
Ogni ipnotica spirale mesmer-duchampiana partecipa di questa qualità di eccentrico ‹ circolarità imperfetta delle sfere, il relato/decentrato orbitare verso il suo asse più remoto ‹ così in qualche modo la traforata spirale lo-tech mediorientale che fu la macchina-autenticamente testuale): campo in cui l'enunciazione stessa spalanca le sue falle necessarie ‹ falle di un dire che contenga almeno due centri, perseguendo contemporaneamente la fuga (da sé, probabilmente) e la collisione (coi fuochi innumerevoli delle proprie ossessioni: quello che in Nadja era detto la hatise).
Come avviene allora, qui, che questo antropos narrante in fuga dal suo dire stesso accentrante, protagonistico, fallico folle-verbigerante iperbolico invadente fino ai limiti dell'intollerabile e del greve (ostensivamente, sì), probabilmente già-scomparso... appunto per pronunciare la ossimorica fuga dal suo centro paradossale (centrifuga, appunto...) debba imperniare il suo non-sé, già antropoeccentrico, su una parola marcata... è il mistero che la lettura lascia aperto, produttivamente. Che fonda della sua divaricazione questo altrimenti policentrico (e incatalogabile, autodecostruentesi) libro. È forse attraverso questa enunciazione assurdamente marcata (anche, e soprattutto, nelle sue disattese, nelle sue fughe, nei suoi ritorni, nelle sue cadenze le sue cadute i suoi fallimenti le sue falle), che la dunque fallica vettorialità (fallocratica, fallocentrica: fatalmente unidimensionale) della soggettività autoriale così come della forma-romanzo che ancora questa si ostina (eccentricamente) a produrre, cerca, per eccesso, il suo tòpico, magico punto di crollo.
Presentation history.
Antropoeccentrico was presented in Bologna at Libreria Feltrinelli
by Paolo Fabbri and Adriano Vignali.